Il birrificio agricolo sarà la nuova frontiera dei birrai italiani?
E quanti ettari di terreno servono per produrre 1000 hl di birra?
Di seguito alcuni spunti di riflessione.
Con il decreto ministeriale 212/2010 in Italia è stato introdotto il concetto di “Birra agricola”. Quindi un’ azienda agricola può’ produrre orzo, da cui ricavare malto, in grado di soddisfare almeno il 51% del proprio fabbisogno (la legge parla di “prevalenza”). Da un punto di vista fiscale questo comporta numerosi vantaggi, a partire da un regime iva al 10% ed una tassazione sul reddito agevolata. (anche se il decreto di stabilità promulgato nel 2012 dal governo Monti ha molto ridimensionato i vantaggi fiscali). Da un punto di vista pratico i costi che si sostengono per la maltazione (comparabili con quelli dell’acquisto del prodotto finito) e la non certezza di ottenere orzo di buona qualità, frenano non poco la trasformazione di attività agricole in “birrifici”.
On line è reperibile un articolo a firma di Alex Giuzio da cui estraggo queste sue considerazioni tratte da http://www.agrinotizie.com/articoli/news.php?id=936
L’orzo da malto ha il vantaggio di non richiedere fertilizzanti, dato che il tenore proteico deve essere inferiore al 10% per non avere problemi durante la successiva fase di produzione del mosto. Con circa sei ettari coltivati ad orzo di varietà Scarlet (una delle favorite per le sue qualità maltarie), contando su una resa di 50 q/ha per la semina primaverile, un’azienda agricola può arrivare a produrre 300 quintali annui, ma gli scarti sono molto elevati. Per produrre cento litri di birra occorrono infatti 15-20 chili di malto, e per ottenere un quintale di malto servono almeno 140-150 chili di orzo. Ne deriva che da sei ettari di orzo verranno fuori circa centomila litri di birra, che vanno poi venduti considerando la possibilità non remota di fare un buco nell’acqua. Infatti, nel caso si riesca a produrre una birra di alta qualità – un risultato già difficile – essa va poi piazzata sul mercato tramite mirate azioni di marketing che colpiscano il cuore del consumatore, puntando ovviamente all’artigianalità e al legame col territorio e magari rivolgendosi solo a enoteche, ristoranti e locali ricercati.
Come birrificio agricolo si stanno presentando sul mercato realtà che applicano le disposizioni di legge in modo totalmente diverso.
-
Birrifici già esistenti che, tramite contratti di “affitto terreni”, si trasformano in aziende agricole, conferendo l’orzo ad una malteria che restituisce poi il prodotto finito.
-
Aziende agricole che coltivano il proprio orzo e poi lo maltano ed infine birrificano presso strutture di terzi.
-
Aziende agricole che creano ex novo un birrificio e provvedono alla coltivazione con maltazione esterna.
-
Aziende agricole che avviano un proprio impianto di maltazione e birrificazione.
A parte l’ultimo punto, dove mi risulta vi sia solo una piccola realtà (credo poco operativa) in provincia di Piacenza, tutte le altre situazioni contano già numerosi proseliti. In particolare pare essere molto seguita la strada che vede l’azienda agricola occuparsi solo della coltivazione dell’orzo e della commercializzazione del prodotto finito, delegando a terzi la fase produttiva vera e propria.
In Italia gli impianti di maltatura si contano sulle dita di una mano e non tutti eseguono lavorazioni conto terzi, tant’è che alcuni birrai si rivolgono a malterie europee (specialmente tedesche o belghe). Inoltre, a cosa mi risulta, le malterie non restituiscono malto proveniente dallo stesso orzo ricevuto. Questo per via dei lotti di produzione sicuramente eccessivi anche per i microbirrifici più importanti (in pratica, si parla di “conto lavorazione” ma l’orzo conferito finisce in grandi silos, dove viene miscelato con quello di altri produttori, il malto reso è quindi il risultato di orzi con provenienza diversa).
e il luppolo?
Il luppolo, pur essendo fondamentale per la birra, è utilizzato in percentuali così basse da non essere significativo per acquisire la nomea di “birificio agricolo”. Inoltre, mentre per la coltivazione dell’orzo si ha esperienza e competenza, sul luppolo solo negli ultimi anni si sono avviati studi e sperimentazioni sistematiche. Vedremo se il futuro ci riserverà anche la creazione di nuove varietà “italiane”.



